L’amore quotidiano – Maria Tarditi

“L’amore quotidiano” di Maria Tarditi (maestra di scuola elementare per trentotto anni in Piemonte, sua terra d’origine, dove nacque nel 1928 e morì nel 2017) è un’altra chicca speciale che ho trovato alla fiera del libro di Rivoli.

Lo stile di scrittura è semplice e lineare, fruibile a tutti, potrebbe essere un bel dono per i propri nonni.
Questo romanzo fotografa la realtà umile e modesta dell’Italia del secondo dopoguerra. Mi ha suscitato i ricordi di nostalgica tenerezza che i miei nonni mi hanno regalato con il racconto della loro infanzia e giovinezza in una terra prevalentemente agricola che, con orgoglio, lavorava tenacemente per riprendersi dalla miseria post-bellica.

I miei nonni mi hanno narrato della Brianza, Maria Tarditi racconta il suo Piemonte, ma le vicende, i caratteri forti, il senso di appartenenza alla comunità, i sapori e i profumi sono simili.

Elena, la protagonista, è una giovane maestra di paese di umili origini. Appena diplomata all’istituto magistrale viene assegnata a Maglione, piccolo paese di campagna fra le province di Torino e Vercelli.

“Elena ricordava soprattutto le merende: una fettina di salame o di robiola con una bella pagnotta, e poi frutta a volontà, che tanto non si trovava a vendere. Si cominciava con le griotte di luglio, poi venivano le susine che riempivano la strada e il prato, e ce n’era per tutti, anche per le vespe; poi venivano le pesche d’estate, sugose e con la buccia sottile; poi c’erano le pere butirre e le martine, e infine i fichi di settembre, che maturavano insieme all’uva bianca del pergolato. Le piaceva anche, in agosto, la trebbiatura al Passetto. Era la festa più bella dell’estate, con il rumore assordante della macchina che copriva ogni schiamazzo, e il polverone dorato in cui si agitavano, neri e lucidi di sudore, i trebbiatori. Tutti gli uomini della Villa vi erano impegnati, e le donne in cucina spignattavano dalla mattina alla sera. Si mangiava nell’aia, sotto i tigli, con allegria. A lavoro ultimato, dopo tre giorni interi, si banchettava fino alle ore piccole, e poi si cantava fino all’alba.”

Giovane, ingenua, desiderosa di riuscire ma con l’ansia di non essere all’altezza. Nonostante la cattedra di una pluriclasse con le difficoltà del caso, Elena investe su se stessa e sul suo impegno quotidiano e civico: partecipa attivamente alla realtà di paese e cerca di integrarsi al meglio.

Incontrerà anche il suo grande amore, un vedovo benestante con un figlio di sei anni, e coronerà il sogno di un matrimonio, pur mantenendo il suo lavoro di maestra.

“Lei lo guardava di sottecchi, curiosa. Si sorprendeva a paragonarlo con Peppino e le veniva da ridere: Andrea non era un ragazzo, era un uomo, e anche bello, e gentile, e ben fatto.”

Ma la vita per Elena non sarà tutta rose e fiori: la troppa felicità porta sempre invidia e cattiverie e la vita stessa ci mette continuamente alla prova con drammi e sofferenze.

Persino l’agognato benessere collettivo e il progresso tecnologico non si rivelano così avulsi dai problemi.

“Il benessere, però, aveva peggiorato i rapporti tra compaesani e tra gli stessi parenti: non ci si aiutava più spontaneamente, come si era sempre fatto, per la sola soddisfazione di compiere un’opera buona; per ogni aiuto, adesso, ci si faceva pagare, un tanto all’ora, senza sconti; e chi non poteva pagare si arrangiasse.
Le macchine, venute ad alleviare tante fatiche, privarono i contadini di riti festosi come la spannocchiatura della meliga, la battitura delle castagne secche, le sfide con la falce, per rasare la distesa dei prati o per abbattere le messi: tutte feste che si concludevano con solenni mangiate e canti e balli.”

Una vita insieme, un amore condiviso fino alla fine, la costruzione di una famiglia, l’aver lasciato il segno per gli affetti che contano e che serberanno il ricordo del proprio passaggio.
Questo romanzo è una cronaca di vita vissuta che si legge con piacere.

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