La mia amica Nina

Non pubblico un racconto sul mio blog da tanto tempo.
Ho scritto questo racconto per bambini ben cinque anni fa. Avrei potuto ambientarlo in un luogo immaginario, in un qualsiasi periodo storico futuro o passato, ma ho scelto di ambientarlo a Trezzo sull’Adda, all’incirca negli anni Cinquanta.
Le ambientazioni e i piccoli riferimenti dell’epoca mi sono stati raccontati da mio nonno e io ho scelto di inserirli in un racconto, che rimanesse per sempre nero su bianco, in suo ricordo.
Vi auguro una buona lettura.


Lo dico sempre ai miei nipoti «non diventate vecchi!»
Gran brutta cosa la vecchiaia, mi costringe a starmene in casa tutto il giorno e, quando non sono a casa, sono in ospedale, a fare controlli su controlli. Non ho più voglia di fare niente, preferisco starmene tranquillo sulla mia poltrona.
Da bambino, invece, ero davvero un gran birbante, era impossibile farmi stare fermo.
Mi divertivo un mondo ad arrampicarmi sulla grande quercia sulla sponda dell’Adda. Da lì, vedevo i pescatori immersi nell’acqua fino alle ginocchia e con le canne in mano.
Vi ho detto che ero un gran birbante, no?
Ecco, stare a guardare mi annoiava e pescare mi annoiava ancora di più, così mi ero munito di tirasassi. Quando qualche pescatore si avvicinava alla mia quercia, tendevo l’elastico, prendevo la mira e… lo colpivo al sedere.
Sapeste che ridere!
Alcuni si spaventavano e finivano a gambe all’aria nell’acqua del fiume.
Poi, però, dovevo nascondermi in fretta tra i rami, perché se mi prendevano erano guai.

Una volta, Severino, un compagno di briscola di mio nonno, mi ha beccato in pieno. Ha fatto finta di andarsene ed è rimasto ad aspettare che scendessi. Quando mi ha preso, mi ha tirato tanti di quegli sculaccioni che me lo ricordo ancora adesso.
Comunque non è di quel nasone di Severino che volevo parlarvi, ma di quello che vidi quel giorno di fine estate, quando avevo dieci anni e mezzo e pensavo di essere il più grande birbante di Trezzo e forse anche di Milano, la grande città di cui tutti gli adulti parlavano ma che io non avevo mai visto.
Come sempre, me ne stavo seduto sul mio ramo preferito, quando vidi qualcosa di strano aggirarsi a pelo d’acqua attorno alla lenza di un pescatore. Guardai meglio, sembrava una specie di pesce con gambe e braccia.
In quel momento, la lenza si inabissò, il pescatore fece girare il mulinello, mentre la punta della canna si incurvava sempre di più verso la superficie del fiume, strattonata dalla forza di quello strano pesce.
Il pescatore avanzò di un paio di passi e il filo si ruppe, facendolo cadere all’indietro come una patata lessa. Si rialzò tutto bagnato, con il cappello schiacciato sulla testa.
Scoppiai a ridere e con lo sguardo seguii lo strano pesce che stava nuotando verso la sponda opposta alla mia. Scesi dal ramo e corsi verso il ponte. Passai sopra alla Martesana, un ramo dell’Adda che collega Trezzo con Milano, e andai verso un secondo canale, più piccolo, che un tempo portava acqua alla tessitura Crespi.
Vidi il pesce nuotare verso la riva e, quando saltò fuori dall’acqua sulle sue gambe, mi prese un colpo.
Un pesce con le gambe!
Lo guardai meglio, si stava rotolando a terra dal ridere. Mi avvicinai di soppiatto, stando attento a non fare rumore sui legnetti secchi, e mi nascosi dietro a un albero. Sembrava uno scoiattolo però non aveva la coda ed era grande come un gatto.
Mi avvicinai ancora, aveva la faccia di una bambina!
Quello strano esserino smise di ridere, si alzò in piedi e mi fece la linguaccia.
«Vieni fuori, lo so che sei lì dietro. Se non esci, ti faccio una maledizione» mi disse.
Non avevo paura, io non ho mai avuto paura di niente.
Va bene, forse un pochino, ma poco poco.
Lasciai il mio nascondiglio e guardai l’esserino più da vicino. Sembrava proprio una bambina, però con le orecchie a punta da scoiattolo e gli occhi gialli come i limoni.
«Sei proprio brutto, sembri uno stecchino» mi prese in giro e rise.
Io raccolsi un sassolino e glielo tirai sulla caviglia pelosa: «Anche tu sei brutta, molto più di me.»
All’improvviso sentii uno strano pizzicore alle mani. Mi guardai i palmi e mi accorsi che erano coperti di squame, sembravo una lucertola.
«Che mi hai fatto?»
Ecco, allora ero spaventato. Non sapevo come avrei fatto a spiegare alla mamma quello che mi era successo. E ai miei compagni di classe? Mi avrebbero preso in giro per tutta la vita.
«Io non ho fatto niente» mi rispose «non è colpa mia se sei un bambino maleducato.» Gonfiò le guance e si sedette a terra, dandomi le spalle.
«Ti prego, prima scherzavo, fammi tornare normale, per favore.»
Non mi rispose e si mise a fischiettare.
«Dico davvero, farò il bravo, non ti tirerò più i sassi e non tirerò più le ghiande ai pescatori. Guarda.» Tirai fuori una biglia di terracotta dalla tasca: «Ti faccio anche un regalo.»
L’esserino finalmente si voltò e si avvicinò camminando a quattro zampe.
Guardò la biglia con attenzione, mi girò attorno un paio di volte, poi l’arraffò e la infilò in un piccolo borsello che portava al fianco. Era uno strano borsello, fatto di rami e foglie intrecciate con fili d’erba.
In quel momento mi accorsi che anche i suoi vestiti erano fatti di erba e foglie.
«È da maleducati anche fissare.»
«Scusa, è che non ho mai visto nessuno come te. Per favore, mi fai tornare normale?»
«Solo se mi giuri che non mi farai mai più del male» mi disse.
«Te lo giuro» risposi io, sperando che mantenesse la sua parola.
In un attimo, le mie mani tornarono rosee come erano sempre state. Niente più squame.
«Grazie!» esultai.
I miei compagni di classe non mi avrebbero preso in giro e io non avrei dovuto spiegare niente alla mamma.
«Hai giurato, ricordatelo» mi minacciò «però le ghiande ai pescatori continua a tirarle, è divertente.»
«Anche tu sei stata brava, l’hai proprio affondato» sghignazzai, ripensando al pescatore caduto nel fiume. «Ma tu che cosa sei?» le chiesi.
«Sono uno Squasc, alcuni di voi mi chiamano folletto» mi rispose, gonfiando il petto con orgoglio. «Posso renderti la vita un inferno, se voglio.»
«Così non vale. Io ho giurato che avrei fatto il bravo, quindi devi farlo anche tu» mi lamentai.
Non era corretto che solo io dovessi comportarmi bene mentre lei poteva fare quello che voleva, non vi pare? Ecco, a lei invece sembrava giusto e non mi promise proprio un bel niente.
«Come ti chiami?» le chiesi.
«Io non ho un nome, nessuno di noi lo ha» mi disse.
«Io mi chiamo Marcello» mi presentai. «Posso dartelo io un nome?»
«Attento a quello che scegli.»
All’inizio avevo pensato di darle un nome orribile come Gertrudoveffa ma poi ripensai alle squame sulle mani: «Ti piace Nina?»
Lei ci rifletté un po’, si grattugiò i peli fulvi sulla nuca e si strofino il naso schiacciato: «Sì, può andare. Hai qualcosa da mangiare?»
Avevo un pezzo di pane e un pomodoro nel borsello ma non volevo condividere la mia merenda. Mentre pensavo a cosa dirle, Nina mi lesse nel pensiero: «Sappi che, se mentirai, io lo saprò e ti trasformerò in un rospo.»
«Uffa!» sbottai e le diedi pane e pomodoro.
Nina afferrò la mia merenda, allargò la bocca e la inghiottì tutta intera. Fu una scena disgustosa, ve lo assicuro, anche per me che non ero certo un maestro di buone maniere.
«Senti» dissi io «ma posso sapere cosa fai qui tutto il giorno? E cosa mangi?»
«Di solito nuoto, faccio crescere le piante, faccio i dispetti ai bambini, cose così. E mangio quello che capita. Radici, legnetti, more… Più in là c’è un fico selvatico dolcissimo!» mi indicò la sponda dalla quale ero venuto, in direzione del castello di Trezzo. «E poi mi piace andare al lavatoio e rubare i calzini, uno per ogni tipo.»
«Allora sei tu!» esclamai.
Mia nonna si lamentava sempre, diceva che non sapeva chi fosse ma che qualcuno rubava le calze dalle ceste mentre le donne non guardavano.
«Sai a quanta gente sono spariti i calzini?»
«Certo, almeno una cinquantina, li ho collezionati tutti io.»
«Posso sapere cosa te ne fai?»
Nina si mordicchiò il labbro inferiore, mi guardò in faccia, fece un balzo verso di me e mi afferrò per il bavero della maglia: «Di’ a qualcuno dove ti sto portando e ti ammazzo, chiaro?»
«Chiaro» mormorai. Non volevo certo morire giovane, c’erano ancora un sacco di pescatori da tormentare.
Mi incamminai al seguito di Nina. Era la giornata più fantastica della mia vita! Mentre attraversavo la boscaglia lungo il letto del fiume mi sentivo emozionato come mai prima di allora. Avevo conosciuto un folletto, uno vero, e non sapevo nemmeno dove mi stava portando. Ero troppo entusiasta per avere paura.
Mi condusse vicino a una roccia piena di ragnatele. Alla base, scorsi un buco che finiva sottoterra.
Nina entrò e io la seguii, non prima di aver risvoltato i calzoni sopra alle ginocchia.
Se mi fossi sbucciato le ginocchia, a nessuno sarebbe importato, ma se avessi sporcato i calzoni, avrei preso doppi sculaccioni: dalla mamma e anche dal papà.
Era tutto buio, non si vedeva niente e mi sembrò di sentire delle zampine camminare sul mio collo e scendere nella maglia. Un brivido mi scosse, qualcosa stava davvero camminando sulla mia schiena! Mi dimenai e agitai la maglietta.
«Fai attenz…» Nina non fece in tempo a finire la frase che io pestai la testa contro al soffitto.
La botta mi stordì, il mondo divenne confuso e la terra si mise a dondolare come un pendolo.
Emisi un lamento di dolore e Nina non disse altro che: «Te l’avevo detto di fare attenzione.»
Il cunicolo iniziava a scendere e, a causa del fango, continuavo a scivolare addosso a Nina. Mi accorsi che profumava di resina di pino.
«Stai fermo» mi disse.
Non avevo alcuna intenzione di muovermi, io non vedevo nulla, era tutto buio: «Ma tu ci vedi?»
«Sì.»
Sentii un leggero rumore e finalmente potei vedere. Nina teneva in mano un fiammifero e lo stava usando per accendere una candela. Osservava il fuoco ammirata, come se non lo avesse mai visto da così vicino: «Fate così per vederci, vero?» mi domandò.
«Sì, ma perché hai una candela, se ci vedi anche al buio?»
«Perché sembrava bella e la tenevo per un’occasione speciale. Ti piace la mia casa?»
Mi guardai attorno. Era proprio un buco scavato sottoterra, non potevo nemmeno alzarmi in piedi. Al massimo avrei potuto mettermi seduto ma non era una buona idea. Avrei sporcato i calzoni e non se ne parlava proprio di ritrovarmi con il sedere tutto rosso e dolorante dopo tutta la fatica che avevo fatto per tenerli puliti.
Rimasi in ginocchio, mentre Nina poteva stare in piedi senza difficoltà.
Sul fondo, in un angolo, c’era una gran quantità di roba ammassata che non riuscivo a identificare: pezzi di ferro, stracci, una ruota di legno grande quanto una mano, una bambola di pezza senza un braccio e un sacco di altre cose.
Mi mostrò un pezzo di vetro verde scuro: «Guarda che bello questo!» Poi fu la volta di una matita bicolore, rossa e blu, di quelle che usavano le maestre tanti anni fa: «Anche questa è bellissima!»
«E i calzini?» le chiesi di nuovo.
Volevo sapere cosa se ne faceva di calzini consumati e magari pure bucati. Era evidente che le piaceva rubacchiare paccottiglia per il paese ma, di tutto quello che poteva trovare, proprio i calzini?
«Questo è il mio capolavoro» disse in tono solenne, mostrandomi una coperta fatta da decine e decine di calzini intrecciati. Ci cresceva sopra un po’ di muffa ed era sporca di fango ma era bella per davvero, tutta colorata e dall’aspetto morbido e caldo.
La presi in mano e la guardai più da vicino: per coprire un bambino normale ce ne sarebbero volute almeno cinque.
«Vieni spesso in paese a rubare?»
«Quasi tutti i giorni. Voi buttate via un sacco di cose utili.» Nina mi afferrò il naso e me lo tirò: «Ho sempre sognato di farlo! Ha fatto male?»
«No, da quanto vivi qui?»
«Mmm… Non lo so.»
«Come non lo sai?» Non capivo come fosse possibile, insomma, io sapevo quanti anni avevo e da quanto tempo vivevo a Trezzo «almeno un’idea ce l’avrai.»
«Non riesco a capire come tenete il tempo. La maestra lo ha spiegato, però non ho capito.»
«Esiste una maestra per gli Squasc?»
«Ma no!» Nina mi bacchettò la fronte con la matita bicolore: «Ogni tanto mi intrufolo a scuola, mi nascondo negli armadi e ascolto le lezioni. Sull’altra sponda ci sono tanti buchi come questo e uno porta proprio sotto alla scuola.»
«È così che hai imparato a parlare?»
Trovavo strano che un folletto parlasse la mia lingua.
«Sì, è stato facile, le maestre dicono sempre le stesse cose.» Dal mucchio di ciarpame sul fondo del buco, Nina tirò fuori un orologio a cipolla: «Questo aggeggio invece non lo capisco, non mi ricordo nemmeno come si chiama.»
«È un orologio» le spiegai. «Questo ora è fermo, perché non lo hai caricato.»
Presi in mano l’orologio e girai la corona fino a sentir scattare il meccanismo. Le lancette iniziarono a muoversi: «Ecco, ora funziona.»
Nina spalancò i grandi occhi gialli, riprese il suo orologio e se lo strinse al petto: «Questa volta, quando la maestra lo spiegherà di nuovo, imparerò anch’io.»
«Posso insegnartelo io» mi offrii volontario.
«Davvero?»
«Sì, guarda.» Le indicai prima la lancetta più lunga e sottile, quella dei secondi, che si muoveva veloce. Le spiegai che ogni minuto era formato da sessanta secondi, che un’ora era formata da sessanta minuti e che un giorno era formato da ventiquattro ore.
Poi le indicai l’altra lancetta lunga, quella più grassoccia: «Questa indica i minuti, quindi devi contare da uno fino a sessanta. E quella» indicai quella corta «è la più lenta, indica le ore. Devi contare da uno a dodici prima di mezzogiorno e da tredici a ventiquattro dopo mezzogiorno. Se la lancetta corta e grassa sta a metà tra due numeri, il numero giusto è sempre quello più basso.»
Nina guardò l’orologio e se lo avvicinò alla faccia. Lo fece girare un paio di volte: «Quindi adesso sono diciotto ore, trentadue minuti e cinque secondi, no, sei, anzi sette… I secondi sono veloci!»
Scoppiai a ridere e risi fino a farmi venire il mal di pancia.
«Se mi prendi in giro, ti mangio per cena.»
Smisi subito di ridere e misi una mano davanti alla bocca. Ripresi l’orologio e lo guardai: «hai letto giusto, però l’ora è sbagliata.»
Tirai in fuori la corona e regolai le lancette. Dovevano essere circa le diciassette.
«Se a scuola vedi che le tue lancette sono diverse da quelle dell’orologio sul muro, devi fare come ho appena fatto io e metterle uguali. Ricordati di girare la rotellina ogni due giorni almeno, ma senza tirarla in fuori.»
«Sì, grazie» Nina mi diede un bacio sulla guancia e ripose il suo orologio nel mucchio. Tirò fuori anche la mia biglia dal borsello e la mise appoggiata sopra alla coperta di calzini, poi spense la candela e mi riaccompagnò verso l’uscita.
«Posso tornare a trovarti?» le chiesi, prima di riattraversare il ponte sull’Adda.
«Da solo, però.»
Le promisi che non avrei mai portato nessun altro alla sua tana e mi avviai di corsa verso casa. Ripercorsi all’indietro la sponda del fiume, fino alla strada a zig-zag che risaliva verso il castello. Mi fermai a curiosare nei giardini, alla ricerca di qualche fantasma.
La gente diceva che il castello era infestato ma io non avevo mai visto nemmeno l’ombra di un fantasma, anche se, a pensarci bene, non sapevo nemmeno se i fantasmi potessero avere un’ombra.
Ci pensai un attimo.
Forse non c’erano fantasmi, forse era Nina che si nascondeva nel castello e faceva spaventare la gente.
Decisi che il giorno dopo glielo avrei chiesto.
Salii verso la stazione dei tram e girai a sinistra. Camminai ancora dritto fino a raggiungere l’osteria del popolo. Entrai e andai al tavolo dove mio nonno stava giocando a briscola.
«Oh, guarda chi è arrivato!» esclamò Severino. «Il tiratore di ghiande.»
«È in gamba il mio Marcello» disse mio nonno, facendo uno strozzo con un tre di cuori. «Un po’ di vino?»
Mi offrì il bicchiere di vino rosso ma rifiutai. Era amaro, non mi piaceva molto.

La domenica dovevo passare a chiamare il nonno prima di tornare a casa e finiva sempre che mia mamma doveva venire a recuperarci tutti e due, perché mi distraevo e rimanevo a guardare le partite.
Quella domenica non fece eccezione e, quando ormai il sole stava tramontando, la mamma entrò dalla porta, prese il nonno per un orecchio e gli disse che era ora di rientrare.
«E tu, muoviti!» mi incenerì con lo sguardo e se ne andò.
Di solito tornavo a casa con la coda tra le gambe, certo che avrei sentito almeno un’ora di lamentele e borbottii, ma non quella sera. Ero troppo eccitato al pensiero della giornata appena trascorsa e avevo troppa fame per concentrarmi su qualcosa di diverso dalla cena.
Avrei anche tanto voluto raccontare a tutti che avevo conosciuto uno Squasc in carne e ossa ma nessuno mi avrebbe creduto, a meno che non avessi mostrato loro la tana, cosa che avevo promesso di non fare.
Il giorno seguente tornai da Nina e le insegnai a usare il mio tirasassi, per tirare le ghiande ai pescatori. Raccolsi un legno a forcella e, con quattro elastici e una linguetta di cuoio tagliata da un vecchio paio di scarpe che Nina aveva rubato, fabbricai un secondo tirasassi e glielo regalai. Era brava, aveva una buona mira e faceva sempre centro. Sugli alberi si arrampicava meglio di me ed era velocissima a nascondersi, sembrava proprio uno scoiattolo.
«Domani ricomincia la scuola» sbuffai sconsolato.
«Davvero? Quindi posso tornare a seguire le lezioni?»
Nina era entusiasta all’idea che iniziasse un nuovo anno scolastico, io invece lo ero un po’ meno.

Quella sera salutai Nina e, rincasando, mi ricordai di non averle chiesto nulla a proposito del fantasma del castello. Mi appuntai su un foglietto di chiederglielo il pomeriggio seguente, cenai e andai a dormire.
La mattina successiva, a scuola, rividi i miei due migliori amici e compagni di classe, Antonio e Carletto.
«Sapete che la scorsa settimana sono stato a Milano?» disse Carletto.
A me sembrava incredibile che fosse riuscito a vedere una vera città. Carletto raccontava sempre un sacco di balle, non c’era troppo da fidarsi.
«L’hai vista davvero?»
«Certo che l’ho vista, mio papà è andato a riportare una bilancia da un cliente e mi ha detto di accompagnarlo. Era grandissima, ho visto anche il Cuomo, o forse di chiamava Nuomo, o Duomo. È una chiesa grande almeno venti volte la nostra, tutta bianca, con un sacco di punte e di statue. Avreste dovuto vederla anche voi.»
In un attimo, la storia di Carletto, che era l’unico della classe ad aver visto Milano, fu sulla bocca di tutti.
Tutti i miei compagni di classe parlavano di Carletto.
Anche Antonio non mi ascoltava più, non faceva altro che chiedere a Carletto quanto fosse grande il Cuomo, quante automobili ci fossero a Milano, quanti soldati aveva visto a Milano, cosa mangiavano a Milano, come parlavano a Milano.
Insomma, in un modo o nell’altro, Milano e Carletto erano sempre al centro di ogni attenzione, eppure a me sembrava di aver avuto un’estate molto più interessante, anche se nessuno parlava di Nina e Marcello.
Me ne stetti in disparte tutto il giorno e poi tutta la settimana.
Mi consolavano i miei pomeriggi, quando potevo starmene da solo con Nina, anche se i pescatori iniziavano a diminuire con l’avanzare dell’autunno.

Quando faceva sera, la portavo a vedere i muli che, dai campi, rientravano in paese.
Alla mattina camminavano lenti, perché sapevano che avrebbero dovuto faticare tutto il giorno, invece alla sera rientravano veloci.
Non erano stupidi i muli e a Nina piaceva guardarli.
Le avevo chiesto del fantasma ma aveva detto di non saperne niente, non aveva mai visto un fantasma.
Dopo quasi un mese in cui tutti a scuola continuavano a parlare di Carletto e Milano, Milano e Carletto, mi ero davvero stancato e dissi quello che non avrei mai dovuto dire: «Milano possono vederla tutti, nuotate lungo la Martesana e arriverete a Milano. Uno Squasc, invece, posso vederlo solo io.»
Tutti si voltarono a fissarmi.
«Gli Squasc non esistono!» esclamò Carletto.
«Certo che esistono» dissi io. «Ne conosco uno e, se glielo ordino, può farvi spuntare le squame sulle mani o farvi qualcosa di ancora più orribile. Può mangiare tutte le vostre merende senza che ve ne accorgiate.»
Quando ebbi finito di parlare, Antonio mi sfidò: «Se quello che dici è vero, facci vedere questo Squasc.»
Ecco, avevo combinato un pasticcio.
I miei compagni volevano vedere Nina e, se li avessi delusi, avrebbero detto che ero solo un bugiardo invidioso.
Quando uscii da scuola corsi alla tana di Nina più veloce che potei, accesi una candela e scesi nel tunnel.
Nina stava dormendo avvolta nella coperta di calzini e, quando la scossi per svegliarla, balzò in piedi e mi fece crescere un corno in mezzo alla fronte.
Proprio un corno, lungo e curvo che mi arrivava fino al mento.
«Ehi!» mi lamentai.
«Mi hai fatto spaventare» disse Nina. «Ti sembra il modo di entrare nella casa di qualcuno?»
Sembrava arrabbiata e infastidita per la mia entrata brusca, figuriamoci che cosa mi avrebbe fatto quando le avessi raccontato che cos’avevo combinato a scuola.
«Scusami, è che ho combinato un pasticcio» mi giustificai. «Ma prima che te ne parli, potresti levarmi questo?» le chiesi, indicandole il corno che ancora avevo in mezzo alla fronte.
«Dipende dal pasticcio che hai combinato.»
Ero rovinato. Appena avessi detto la verità, mi sarei tenuto il corno a vita. Di certo sarebbe stato una bella prova del fatto che dicevo la verità, i miei compagni non avrebbero più messo in discussione l’esistenza degli Squasc, però non volevo sembrare un unicorno per il resto dei miei giorni.
«Ho parlato di te ai miei compagni di classe» mormorai.
Nina stette zitta e continuava a fissarmi. Quando si arrabbiava faceva paura ma quando stava in silenzio era anche peggio.
«Non ti arrabbiare, per favore» la implorai. «Ho già un piano, non arriveranno fino a qui, te lo giuro.»
Nina ancora non mi parlava, i suoi occhi gialli brillavano alla luce della candela.
«Ascolta.» Le spiegai la mia idea: «Io li guiderò fino al castello, lì c’è un vecchio pozzo. Non dovrai far altro che nasconderti e, quando sentirai due colpi di tosse, salterai fuori e li farai spaventare. Decidi tu come. Quelli scapperanno, crederanno a quello che ho detto e la tua tana sarà al sicuro. Se anche racconteranno qualcosa agli adulti, non ci crederà nessuno. Basta che tu non gli faccia spuntare le squame o le corna.»
Nina si strofinò il naso e il mio corno si ritirò, fino a sparire.
Per sicurezza mi tastai la fronte e sentii che era tornata liscia come poco prima: «Allora ci stai?»
«Moccioso» sbuffò e mise il broncio. «Domani sera non vedranno me, vedranno un mostro orribile.»
«Grazie!» La abbracciai forte e le arruffai il pelo sopra alla testa, stando attento a non toccarle le orecchie. Una volta le avevo tirato un orecchio e per poco non mi aveva staccato un dito a morsi. Aveva i dentini belli aguzzi.
La salutai e tornai a casa.
Il mattino seguente, a scuola, diedi appuntamento ai miei compagni alle diciotto davanti all’ingresso dei giardini del castello, assicurando loro che avrebbero visto uno Squasc.

Arrivai per primo, insieme a Nina, e la mandai a nascondersi.
Era insolitamente accomodante e io sospettavo che l’idea di spaventare dei bambini la divertisse. Stava già facendo buio, le giornate si erano accorciate, e c’era uno spesso strato di nebbia che dava un aspetto tetro e spettrale alle mura del castello.
La giornata ideale per un bello spavento.
Attesi per una ventina di minuti, Antonio e Carletto arrivarono puntuali, poi dovetti aspettare anche Marisa, Sara, Luca e Giovanni.
Tutti gli altri non erano venuti ma a me bastava avere qualche testimone che confermasse le mie parole.
Io, in testa, avanzai nei giardini del castello, affiancato da Carletto e seguito a poca distanza dal resto del gruppo.
Il castello di Trezzo non somigliava a uno di quei castelli delle fiabe con i tetti a punta e i muri bianchi e lisci, anzi, era un edificio di mattoni spoglio e ridotto a rudere.
Avvolto dalla nebbia, faceva scendere i brividi lungo la schiena persino a me.

Sara lanciò un grido.
Un ramo d’edera si era staccato da uno dei muri di mattoni e le aveva avvolto una caviglia.
Anche Carletto, che non mi credeva, sussultò.
Sara cadde a terra e con le mani cercò di liberarsi. All’improvviso, l’edera si ritrasse e tornò quieta sulla parete da cui si era staccata.
Sara si rialzò: «Basta, io me ne vado!» Piangendo, corse via.
Luca, che da sempre aveva la nomea di fifone, si aggrappò al braccio di Marisa, la sua migliore amica: «Ce ne andiamo anche noi?»
Marisa scosse la testa: «Non se ne parla, sono qui per vedere uno Squasc e non me ne andrò finché non l’avrò visto.»
«Qualcuno sta piangendo» mormorò Antonio e impallidì.
Io non sentivo nulla e nemmeno gli altri. Non immaginavo che Nina potesse fare anche questo, non me ne aveva mai parlato.
Vidi una sagoma che fluttuava a mezz’aria ed ebbi paura: «Guardate là!»
Indicai l’uomo di nebbia che si muoveva attraverso i giardini.
I miei compagni mi confermarono ciò che temevo: nessuno, tranne me, vedeva quella sagoma.
Accidenti a me, a Nina e alla mia sciocca idea.
Avrei voluto fuggire anch’io ma non potevo farmi vedere spaventato dai miei compagni.
«Gli Squasc sanno creare illusioni, è normale. Sono esseri mostruosi e malvagi» dissi, riprendendo a camminare, sempre più convinto che non fosse opera di Nina.
Giovanni urlò, costringendoci a fermarci di nuovo: «Sangue! Sangue!» E indicava il pavimento su cui, ovviamente, io non vedevo nulla.
Mentre Marisa cercava di tranquillizzare Giovanni, Antonio prese Luca per mano: «Scusateci, ci siamo ricordati che oggi dovevamo tornare a casa presto» e insieme si diedero alla fuga.
Quando Giovanni si fu calmato, ci rimettemmo in marcia.
Superato l’arco che conduceva al pozzo, tossii due volte.
Da dietro al pozzo, alcuni rami ondulati e nodosi si alzarono verso il cielo. I rami si muovevano, si contorcevano e si annodavano tra di loro, fino a delineare la sagoma di un orribile mostro d’edera, grande come una casa e con due mani enormi che si agitavano e si protendevano verso di noi.
«Lo Squasc, lo squasc!» gridai, così che i miei compagni fossero convinti di aver visto la creatura mostruosa che si aspettavano.
Giovanni si buttò a terra e si mise le mani sopra alla testa, piangendo e implorando che non gli venisse fatto del male. Anche Carletto, messo davanti alla prova dell’esistenza degli Squasc, non poté fare altro che piangere e scappare di corsa, nascondendosi dietro all’arco di mattoni.
Marisa, invece, tolse dalla tasca un tirasassi, raccolse da terra un sasso delle dimensioni di una noce, caricò e lo scagliò contro al mostro d’edera.
Il sasso sparì tra gli scuri rami ricurvi senza sortire alcun effetto.
Il mostro continuava ad agitare le mani enormi e a emettere un intenso fruscio simile al sibilare di centinaia di vipere.
Marisa caricò di nuovo e, questa volta, mirò alla base del mostro d’edera.

Il mostro si fermò.
Lentamente, s’inclinò verso destra e si accartocciò su se stesso.
Tutti i rami, intrecciati in un immenso groviglio, caddero a terra con un grande tonfo.
«Ho ucciso lo Squasc!» esultò Marisa trionfante.
Ero terrorizzato.
Il sasso doveva aver colpito Nina e non potevo immaginare cosa sarebbe accaduto da quel momento in avanti.
Se Nina fosse stata ferita?
O se, invece, avesse deciso di vendicarsi con qualche orribile maledizione?
«Forse è meglio se non ti avvicini» balbettai io, ma Marisa non mi diede ascolto e andò nel punto esatto in cui aveva scagliato il sasso, aggirandosi attorno al mucchio informe di rami e foglie.
In quel momento, Nina saltò fuori e si avventò su di lei con le unghie affilate.
Nina soffiava come un gatto impazzito e Marisa cercava di tenerla lontana dal volto e di scrollarsela di dosso.
«Aiutami, Marcello!» gridò Marisa.
Non potevo restare a guardare, Nina avrebbe potuto ferire Marisa e a quel punto avrei dovuto spiegare cos’era accaduto al castello.
Presi il mio tirasassi, raccolsi anch’io una pietra e la scagliai in direzione di Nina, colpendola alla testa.
Nina cadde a terra, Marisa strisciò all’indietro, si alzò e scappò insieme a Carletto, ancora nascosto dietro all’arco di mattoni.
Mi avvicinai a Nina lentamente, non volevo farle del male, non avrei mai voluto colpirla: «Mi dispiace, io non…»
Nina si alzò, mi mostrò i denti e soffiò verso di me. Stava piangendo ed era davvero arrabbiata. Non disse nulla, mi voltò le spalle e veloce si arrampicò su una delle pareti del castello, sparendo dalla mia vista.
Non potevo lasciarla andare così, dovevo scusarmi con lei.
Corsi alla sua tana, tolsi una candela dalla tasca, l’accesi e mi infilai nel buco.
Quando arrivai in fondo al tunnel, nella tana di Nina non era rimasto più nulla, né la coperta di calzini, né la ruota di legno, né l’orologio.
C’era solo la mia biglia di terracotta.
Diverso tempo prima, Nina mi aveva detto che gli Squasc possono serbare rancore per tutta una vita.
Raccolsi la biglia e mi misi a piangere, stringendo in mano l’ultimo ricordo di Nina.
Nonostante sapessi che non l’avrei più rivista, andavo ogni giorno alla sua ricerca: al castello, nella sua vecchia tana e sulle sponde del fiume.
Dopo quella sera, nessuno mise più in discussione la mia parola.
I miei compagni si erano spaventati così tanto che nessuno osava più chiedermi di dimostrare che quanto dicevo era vero. Potevo inventare un sacco di storie nuove e loro mi credevano.
Potevo anche dire di aver bevuto vino con il fantasma del castello e nessuno avrebbe provato a contraddirmi.
Purtroppo, però, non mi interessava che i miei compagni mi considerassero uno forte, se non potevo più giocare con Nina.

Anche adesso, che ho ottant’anni e che non esco quasi più di casa, guardo fuori dalla finestra, scruto i cespugli, la sponda del fiume e le chiome degli alberi alla ricerca di Nina.
Ormai è sera, fuori sta diventando buio.
Mi alzo dalla mia poltrona, prendo il bastone e vado in cucina per prepararmi una minestra.
Non saprò mai se quella sera, al castello, sia stata tutta opera di Nina o se invece ho visto per davvero il fantasma.
Faccio per aprire l’armadietto delle pentole, quando mi accorgo che la mia mano destra è diventata verde e ricoperta di squame, come la pelle di una lucertola.
Mi guardo intorno, apro la finestra della cucina per guardare fuori e uno strano scoiattolo grande come un gatto salta dentro, atterrando nel mio lavandino.
Lo scoiattolo alza la testa, il viso non è cambiato in questi settant’anni, sembra sempre quello di una bambina.
«Nina!»

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