Dire “addio” a una storia

Questo sarà un articolo scritto di getto, per cui non ci saranno paragrafi, elenchi puntati o sottostrutture complesse.
Ho deciso così sia per la tematica che andrò a trattare, sia perché, dopo più di un anno in cui non aggiorno il blog, ho bisogno di riprenderci la mano.

Questo post nasce dal fatto che la stesura di LEDE, la mia saga fantasy, è finalmente ultimata e ha richiesto un totale di cinque anni e nove mesi.

Nel corso dell’ultimo anno, avevo abbandonato il blog proprio per dedicarmi al 100% alla conclusione e alla revisione di LEDE (colgo l’occasione per ringraziare Mary Mayflower e Fairytailseeker che mi hanno fatto da beta-reader in tutti questi mesi).

Venendo ora all’argomento di questo articolo, posso dire che, per la prima volta, dopo una stesura durata anni (e non pochi mesi, come di consueto), mi trovo a dover dire “addio” ai personaggi che ho creato (addio relativo perché, con o senza contratto editoriale, dovrò metterci ancora mano, prima di poter pubblicare, ma tant’è…).

Ho iniziato un’altra storia, che da questo momento chiamerò R, con un’idea che conservavo già da un paio d’anni, ma su cui non avevo voluto investirci del tempo per non sottrarne a LEDE.

Credevo che sarebbe andato tutto liscio.
Credevo che mi sarebbe bastato definire una scaletta sommaria, un inizio, una fine e un elenco dei personaggi.
Poi, di volta in volta, come avevo fatto per LEDE, avrei definito una traccia dettagliata dei dieci capitoli successivi e avrei iniziato la stesura.

Così ho fatto ma…

A parte essermi scordata quali difficoltà comportasse la documentazione, superabili con libri e siti web, mi viene spontaneo, a ogni nuovo personaggio che creo, fare paragoni con LEDE.
Mi viene naturale pensare “ma non è che questo personaggio si comporta in modo troppo simile a quell’altro?”
Forse perché i personaggi di LEDE sono per me familiari, mentre quelli di R ancora li conosco poco.
Quando inizio a scrivere, non ho mai la pretesa di conoscere al 100% i miei personaggi. Li delineo con alcune veloci pennellate, ne faccio un disegno giusto per avere chiaro che aspetto hanno e lascio che sia la storia a modellare il loro carattere e il loro agire.
Per cui, se da un lato credo sia naturale trovare delle similitudini tra dei personaggi che ho mosso per quasi sei anni e dei personaggi che muovo da poco più di due mesi, dall’altro comprendo per la prima volta la difficoltà di tanti autori nel “non ripetersi” da un’opera all’altra.

Capisco perché molti preferiscano cambiare genere o costruire un’ambientazione del tutto diversa dalla precedente.

Io mi ritrovo con un’ambientazione per gran parte nuova, con una cultura del tutto differente da quella di LEDE, anche grazie all’introduzione di tecnologie che in LEDE non erano nemmeno pensabili, ma non mi sorprendo nel constatare che tantissimi autori, prima o poi, tornano a scrivere del primo mondo che hanno creato.

Dire addio a un mondo in cui ho letteralmente trascorso anni di vita e dire addio ai personaggi che ho visto crescere e cambiare per tutto questo tempo è difficile.
Provo anche un po’ di nostalgia, quando mi trovo calata in un’altra realtà a parlare di altri personaggi che ancora non conosco.
Per coloro che leggono questo blog da “lettori” e non hanno aspirazioni scrittorie, direi che è una sensazione che può essere paragonata alla nostalgia che si prova al termine di una lettura appassionante, ma amplificata per cento.
Penso che nessuno conosca i personaggi di una storia meglio di chi quella storia l’ha scritta e, di conseguenza, il distacco è più forte.

Poi è ovvio che, per ogni autore, il proprio testo è una storia appassionante.
Altrimenti non l’avrebbe scritto.
Dubito che qualcuno scriva qualcosa che non vorrebbe leggere.

Prima di iniziare con la stesura di R, ho anche scritto qualche racconto lungo per aumentare il distacco e per rendermi conto di ciò che già sapevo: i racconti non fanno per me.
Vanno bene come passatempo, ma non sono proprio capace di scriverne. Penso che serva un allenamento mirato per scrivere un buon racconto e mi dispiace che molti lettori sottovalutino il valore di questa forma narrativa.
Ciò non significa che smetterò di scrivere racconti per il blog, solo che mi rendo conto che non è un tipo di narrativa adatta a me.
Non penso che un autore debba saper scrivere di tutto.

Il lato positivo di tutto questo, comunque, è che LEDE mi ha insegnato qualcosa.
Mi ha insegnato a pormi le domande giuste (le famose 5W + H), a elaborare una prosa più pulita e a bilanciare meglio il rapporto tra dialoghi e narrazione.
Diciamo che è come aver appena terminato la scalata di una montagna ed essere in procinto di raggiungere la vetta successiva, grazie all’allenamento acquisito nel corso della prima ascesa.

Inoltre, non si finisce mai di imparare.

In questi mesi, ho scritto a diversi editori.
Sono in attesa di riscontro da molti di essi, altri invece hanno il manoscritto in lettura, nella speranza che mi propongano un contratto, e alcuni di questi sono stati così gentili da darmi delle dritte su come migliorare il mio romanzo e la sinossi.
Dritte che mi saranno utili anche nella stesura di R.
Di questo, però, parlerò nel prossimo post.

Ora passo la palla a voi.

Da lettori, cosa provate quando chiudete un libro o concludete una saga che vi ha appassionato e i cui personaggi vi sono ormai familiari?

Da scrittori, vi siete mai trovati in difficoltà nel voltare pagina, dire “addio” ai vostri personaggi e iniziare a scrivere una nuova storia?

5 Comments

  1. Da lettore, ogni volta che termino un libro, tranne nel caso in cui siano dei sequel, devo sempre far passare qualche giorno prima di intraprendere una lettura nuova. Questo perché voglio rimanere ancora immerso nel ricordo di ciò che la lettura mi ha trasmesso.

    Da scrittore invece tendo a creare progetti sempre giganteschi e, grazie al fatto che non sono propriamente velocissimo, i personaggi e i mondi che creo mi accompagneranno ancora per molto tempo.

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    1. Benvenuto nel blog!
      Anche io, da lettrice, lascio sempre passare un paio di giorni, tra una lettura e l’altra, a meno che non si tratti di saggi.

      Riguardo alla scrittura, anche io tendo a creare progetti giganteschi, il che li rende bellissimi, finché dura… Al termine, tragedia! 🙂
      Ma immagino che avrai anche tu il “piacere” di sperimentarlo…

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  2. Ho un rapporto strano con la scrittura. È come se si aprisse una porta dimensionale nella mia mente, dove appaiono persone che posso osservare, ascoltare, vivere. Io non scrivo una storia, bensì descrivo la loro vita, in balia degli eventi. Ho provato a programmare, seguire una scaletta, ma c’è qualcosa dentro di me che semplicemente si ribella. Però, poi, mi ritrovo ad un punto morto. Quindi mi serve un equilibrio e tranquillità e, di conseguenza, una scaletta, ho realizzato che mi aiuterebbe a controbilanciare in modo adeguato ma… è proprio la mia natura. Il problema è che così, i tempi di attesa per finire, si allungano. Mi piace scrivere di getto e ogni tanto, son stata fortunata perché ho avuto modo di concludere storie che poi si son rivelate vincenti ma lavorare ad un romanzo, è un altro discorso, più complesso, faticoso… qui non ci ha mai lavorato sopra, non può davvero comprendere. Io ho la tendenza a documentarmi quando devo ricostruire eventi storici, anche le cose più banali per me sono essenziali e mi offende, quando, chiedendo, mi ritrovo derisa com’è successo su Quora. Per me le ricostruzioni devono essere fedeli, altrimenti che senso ha? Come lettore, se il romanzo o la saga mi hanno coinvolto profondamente, cado in lutto e rimpiango di aver concluso e sì, aspetto un po’ prima di ricominciare. Come scrittore, ammetto che non mi sono mai soffermata su questi dettagli, in passato, lavoravo anche a più storie contemporaneamente e il mio cruccio è sempre questo: la chiusura.
    Sono una di quelle persone che ha bisogno del suo spazio vitale per lavorare ma non sempre ci riesce…

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    1. In origine scrivevo anche io di getto ma, a lungo andare, mi sono accorta che non mi portava da nessuna parte. Finivo sempre incagliata sul foglio bianco senza avere le idee chiare su come proseguire.
      Poi la scaletta non è incisa nella pietra, più volte sono stata costretta a cambiarla, ma almeno è un lumicino che mi guida verso la fine.
      Comunque sono contenta di vedere che non sono la sola che, al termine di una storia, si trova a vivere il lutto della separazione.

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