Marocco (prima parte)

P1040066Scrivo questo articolo di ritorno dal Marocco, dopo una settimana trascorsa tra villaggi desertici, dune di sabbia e montagne brulle, insieme a un gruppo di viaggio composto da 12 persone e da Khalid, la nostra guida.

Ho prenotato presso Caesar Tour, una piccola agenzia di viaggi con una sede a Milano, in zona Porta Romana, che mi ha assegnata a Kuda Tour, il mio tour operator, di cui sono pienamente soddisfatta.

Nonostante tutti gli infausti pronostici che ho sentito da maggio (mese della prenotazione) fino al 25 agosto (giorno della partenza), non sono morta di caldo, non ho avuto un collasso sotto al sole, non mi sono ustionata, non sono stata rapita dal terrorismo islamico, non sono stata venduta per 10.000 cammelli, non sono stata divorata da un serpente, né punta da uno scorpione e non mi sono schiantata di faccia sulla testa di un dromedario.

Un successone, insomma, che mi ha consentito di tornare viva e in grado di scrivere questo reportage.

Ammetto che la mia unica reale preoccupazione prima della partenza era la temperatura del deserto e del Grande Sud del Marocco sul finire di agosto, non certo il periodo migliore per il tour che avevamo scelto noi.
Nonostante questo, però, posso dire che eccetto i 44° C del primo giorno a Marrakech, nel resto della settimana il tempo è sempre stato variabile e i temporali notturni sulle montagne dell’Atlante hanno abbassato notevolmente la temperatura a circa 35° – 38° C. Sembrano tanti ma, con un’umidità sempre inferiore al 22%, si stava molto meglio che in centro a Milano con 28° C.

La partenza
Il mio viaggio è quindi iniziato la mattina del 25 agosto, con orario di decollo alle 6:00. Mi sono presentata in aeroporto a Milano Malpensa alle 4:00 ma, tra imballo zaini (essendo dotati di cinghie devono essere obbligatoriamente avvolti nel cellophane), consegna bagagli, controlli ai metal detector e verifica passaporti, sono arrivata al gate in tempo per la last call.

Tre ore più tardi, sono atterrata a Marrakech, dove l’autista designato da Kuda mi ha recuperata, insieme ad altri 4 membri del gruppo, e portata in albergo.

Abbiamo chiesto quanto avremmo impiegato a raggiungere Jemaa el Fna, la piazza di Marrakech da cui si accede al souk, senza specificare a piedi, e l’autista ci ha risposto circa un quarto d’ora.
Verso le 12, sono uscita per andare in piazza, con google che mi indicava circa 3 km di tragitto per 35 minuti.

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Senza lasciarmi scoraggiare, mi sono incamminata sotto il sole, cercando riparo tra gli ulivi di uno spartitraffico, dove abbiamo fatto la conoscenza di un giardiniere che aveva voglia di fare quattro chiacchiere a proposito dell’Italia e della nostra fede calcistica.
Si è mostrato molto contento nel sapere che anch’io, come lui, sono juventina.
Ho poi proseguito verso la moschea della Kutubiyya e mi sono addentrata nella piazza e nel souk, il mercato colorato, affollatissimo e chiassoso di Marrakech, dove fare acquisti instaurando lunghe trattative.

 

Verso le 14:00 locali, 15:00 italiane, mi sono lasciata tentare da uno dei tanti buttadentro che pattugliano gli ingressi dei ristoranti di Marrakech e devo dire che non ne sono rimasta delusa.
Ho ordinato una pastilla, una specie di pasta fritta contenente carne di pollo aromatizzata con delle spezie e un trito di frutta secca, il tutto ricoperto di cannella e zucchero a velo, e un tajine di agnello e fichi.

 

Dopo aver fatto un po’ di acquisti nel souk, verso le 15.30 marocchine, mi sono diretta verso l’albergo. Quelli sono stati i 40 minuti più lunghi della mia vita. Continuavo a bere ma la sete non cessava mai, le piante dei piedi, attraverso i sandali, assorbivano il calore della pavimentazione e andavano a fuoco, la pelle delle braccia scottava sotto al sole e il mio stomaco, ormai pieno d’acqua, implorava pietà.
Per fortuna indossavo i pantaloni lunghi o avrei sentito anche le gambe andare arrosto.
Gli ultimi 20 metri erano su un piazzale di mattonelle bianche abbaglianti e ho temuto di non riuscire a rientrare viva in albergo.
Ecco, quello è stato il giorno peggiore e, in effetti, non sono stata molto furba nel decidere di rientrare nel momento di massimo calore sotto un sole cocente, però la crema solare protezione 50 ha fatto il suo dovere.

26 agosto
Il giorno seguente ho conosciuto gli altri simpaticissimi membri del gruppo: una famiglia romana composta da sei persone e una ragazza della provincia di Grosseto in vacanza da sola.
Insieme alla guida che ci avrebbe accompagnati solo per il primo giorno, abbiamo quindi visitato Marrakech.
Abbiamo fatto la prima tappa presso i giardini della Menara, un insieme di giardini situati poco distanti dalla piazza Jemaa el Fna, al cui centro si trova un grande bacino idrico, profondo 3 metri, circondato da palmeti e uliveti.

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Subito dopo ci siamo spostati al palazzo Bahia, un palazzo simbolo dell’arte tradizionale marocchina, edificato verso la metà del 1800 dal gran visir in carica all’epoca, come reggente del sultano troppo giovane per governare. Il nome del palazzo significa “la bella” o “la brillante” e si riferisce al nome della sposa preferita dal visir che aveva quattro mogli e ventiquattro concubine.
Il palazzo si snoda tra camere private, hammam e piazzette interne decorate con fontane e alberi di arancio, banano, gelsomino e ibisco.

 

Abbiamo proseguito il nostro tour verso la kasbah di Marrakech, l’antica cittadella reale, un luogo tranquillo e silenzioso, come i giardini della Menara, in contrasto con il caos e la frenesia del souk. In seguito abbiamo fatto visita alle tombe Saadiane, il mausoleo della dinastia Saadiana, risalenti all’inizio del 1600 ma riscoperte solo di recente.

 

Verso l’ora di pranzo ci siamo ritirati in albergo, per riposare un po’ e per sottrarci al caldo soffocante del pomeriggio. Siamo usciti verso le 17:00, per la visita della moschea Kutubiyya (dall’esterno) e per un giro nel souk.
Avendo già fatto shopping nel corso del giorno precedente, mi sono presa del tempo per scattare un po’ di foto.

 

27 agosto
Siamo partiti nel corso della mattinata con meta Zagora, passando per Ouarzazate.
La nostra prima sosta fotografica è stata sulle montagne dell’Atlante, durante l’attraversamento del passo del Tizi n’Tichka, una strada tortuosa che si snoda lungo i versanti delle montagne rossastre dell’Atlante punteggiate da macchie di verde che, nel giorno del nostro passaggio, erano avvolte da una lieve foschia.

 

La seconda sosta è stata sulla sommità di un canyon brullo, dove abbiamo fatto la conoscenza di un ragazzo in compagnia di tre camaleonti. Di norma sono contraria alle foto con animali in cattività, nel centro di Marrakech mi sono astenuta dal farmi scattare foto con scimmiette incatenate e costrette a indossare un pannolone o con serpenti gettati al collo dei passanti nel tentativo di strappare qualche dirham in cambio di una foto.
Quel ragazzo, però, sembrava tenere ai suoi camaleonti e così ho provato a prenderne uno sulla mano, da amante dei rettili quale sono. Le sue unghiette sulle dita si sentivano distintamente ma, per il resto, non era molto diverso dalle lucertole che catturavo da bambina durante i pomeriggi all’oratorio.

 

Siamo risaliti sul pullmino e abbiamo ripreso il viaggio. Abbiamo costeggiato un immenso palmeto, sormontato da una montagna tinta da centinaia di sfumature ocra, e attraversato villaggi formati da case costruite con paglia, terra e acqua, in cui il tempo pareva essersi fermato.

 

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