HERE you can find the English version of this post, on Sahara Wonders blog
È da un po’ che non aggiorno la sezione viaggi di questo blog, nonostante di viaggi ne abbia fatti parecchi dopo l’ultimo post, per cui approfitterò della richiesta fattami da Aziz, il ragazzo che ha coordinato il mio ritorno in Marocco (qui trovate il racconto della mia esperienza precedente), per parlarvi di questo trekking datato novembre 2022, reso possibile proprio grazie a Sahara Wonders.

Dopo un viaggio tranquillo partito in canonico ritardo, siamo atterrati a Marrakech in serata. Sbrigate le pratiche aeroportuali molto più velocemente che nel 2018, ci siamo fatti accompagnare nel nostro riad in taxi e ci siamo diretti subito in piazza Jemaa el-Fnaa, alla ricerca di qualcosa da mangiare.
Devo dire che, rispetto al 2018, quando Google Maps tendeva ad andare in crisi all’interno del souk, quattro anni dopo l’ho trovato notevolmente migliorato. Bene o male è sempre riuscito a riportarci al riad, con l’aiuto di qualche foto ai vari punti di riferimento che ho scattato lungo la strada.
Per mio marito era la prima volta in Marocco.
Dopo neanche cinque minuti dall’arrivo in Jemaa el-Fnaa, si è fatto avvicinare da un buttadentro ed è così che abbiamo cenato in uno dei tanti chioschetti di streetfood della piazza.

Nonostante più volte, sia nel 2018, sia nel 2022, i vari gestori dei riad e degli hotel nei quali ho alloggiato mi abbiano sconsigliato lo streetfood per motivi sanitari, noi possiamo dire di non aver avuto alcun problema gastrointestinale. Ovviamente, abbiamo scelto alimenti cotti e acqua in bottiglia.
PARTENZA PER M’HAMID EL GHIZLANE
Dopo una notte di riposo in riad, la mattina seguente ci siamo incontrati in Jemaa el-Fnaa con l’autista mandatoci da Aziz, titolare di Sahara Wonders, con il quale avevo già avuto modo di comunicare via WhatsApp nei giorni precedenti.
Durante il tragitto per M’Hamid El Ghizlane, abbiamo avuto modo di conoscere il nostro autista e di scambiare alcune parole con lui in francese e alcune in italiano.
Circa a metà strada, abbiamo fatto una tappa pranzo e una per fotografare Ait-Ben-Haddou da lontano e poi via di nuovo, verso l’ultimo villaggio alle porte del Sahara: M’Hamid El Ghizlane.
FESTIVAL DES NOMADES
Giunti a M’Hamid, abbiamo avuto modo di conoscere Aziz, che ci ha accolti nella sua casa e ci ha fatto servire una cena squisita preparata da Ahmed, che nei giorni seguenti ci avrebbe fatto da cuoco e da interprete.
Quella sera, Aziz ci ha coccolati accompagnandoci al Festival des Nomades, un evento unico, un concerto all’aria aperta, durante il quale è possibile ascoltare la musica tipica dei popoli nomadi sahariani e vedere dal vivo i loro abiti tradizionali.
Dopo una serata di musica e cultura sahariana, il mattino seguente ci siamo preparati a partire per il deserto del Sahara.
Avremmo dovuto compiere un cammino ad anello di cinque giorni, ma le cose non sono andate proprio come previsto… Continuate a leggere per sapere cos’è successo!


PRIMA TAPPA ATTRAVERSO IL SAHARA
Caricati i dromedari e conosciuto Bazou, la nostra guida berbera di origini algerine, ci siamo lasciati alle spalle il piccolo agglomerato di case di M’Hamid. Nonostante fosse novembre, il vento che soffiava dal deserto era caldo, ma non soffocante. Il terreno era di sabbia e roccia compatta, si snodava tra orti abbandonati e distrutti dalla desertificazione. Di tanto in tanto, superavamo basse dune di sabbia, altre non più di una ventina di centimetri, che già ci davano la sensazione di essere in un altro mondo, ben distante da quello dei trekking montani che eravamo abituati a compiere.
Bazou conduceva i dromedari, che trasportavano i viveri necessari per l’intera durata del trekking, mentre noi camminavamo al seguito, insieme ad Ahmed, che approfittava delle pause durante il cammino per mostrarci fossili incastonati nelle rocce, lucertole del deserto e tracce lasciate nella sabbia.
Più ci addentravamo nel Sahara, più il paesaggio attorno a noi iniziava a mutare. Il terreno duro aveva lasciato il posto alla sabbia, i nostri piedi iniziavano ad affondare e le piccole dune di pochi centimetri erano diventate alte uno o due metri. Nulla di invalicabile, ma la fatica nelle gambe, dopo 20 km di cammino, iniziava a farsi sentire.



Mio marito e io siamo abituati a camminare. Lo eravamo anche nel 2022, nonostante il lungo fermo imposto dal COVID nei due anni precedenti, ma farlo sulla sabbia farinosa del deserto è molto diverso rispetto a camminare su un sentiero roccioso di montagna, senza contare le scarpe che, a ogni passo, si fanno sempre più strette, a causa della sabbia che si riversa all’interno.
Nonostante questo, dopo circa 22 km, Bazou ha fermato i dromedari e, in pochi minuti, ha montato il nostro accampamento.
Ahmed ha preparato il pranzo e noi abbiamo potuto riposare le gambe.
Mio marito, già dopo quella prima tappa, nonostante avesse sempre tenuto indosso il cheche (o tagelmust) avvolto a turbante attorno alla testa, ha iniziato ad accusare il caldo e il sole del deserto.

Momento unico e indimenticabile è stata la nostra prima cena nel deserto, al buio, preparata da Ahmed sul fuoco. Il calore delle fiamme contrastava con il gelo della notte, che aveva preso il posto del vento caldo del giorno. Sopra alle nostre teste, a occhio nudo, si poteva vedere la Via Lattea.
Attorno a noi, c’era il silenzio più assoluto, rotto solo dallo scoppiettare del fuoco.
Dopo un tè alla menta, ci siamo coricati nella nostra tenda e siamo andati a dormire, stretti nei nostri sacchi a pelo, pronti a ripartire la mattina seguente.

SECONDA TAPPA: LE GRANDI DUNE
Il secondo giorno è stato il più duro. Smontato il campo, ci siamo rimessi in cammino sulle dune di sabbia del giorno precedente, diretti alle grandi dune.
Non so se facesse significativamente più caldo del giorno precedente o se noi lo abbiamo percepito come tale a causa dell’assenza di vento del mattino, sta di fatto che io continuavo a bere e a bere. Non so quanti litri d’acqua ho consumato, ma ricordo con chiarezza il momento in cui mi sono scolata mezzo litro tutto d’un fiato e mi sono sentita girare la testa. In quel momento ho pensato: “nonostante non avessi molta sete, avevo davvero bisogno di bere”.
Ho offerto dell’acqua anche a mio marito, ma ha detto di non sentirne la necessità, che voleva solo arrivare a destinazione.
In tutto questo, Bazou e Ahmed sono stati molto attenti alle nostre esigenze, avendo cura di fare numerose pause, durante le quali ci hanno offerto dei buonissimi datteri.

22 km di cammino e dieci cerotti per le vesciche più tardi, tra dune di sabbia che erano ormai alte decine di metri, Bazou ha fermato i dromedari. Insieme ad Ahmed e a mio marito, ha montato l’accampamento e ci ha permesso di rilassarci un po’ all’ombra di una duna.
In quel momento, mio marito si sentiva un po’ debole ma, quando nel tardo pomeriggio ci è stato chiesto se volessimo raggiungere la cima della duna più alta, ha acconsentito.
Ci siamo così di nuovo messi in cammino, a scalare una duna alta un centinaio di metri.
Durante la salita, penso di essermi fermata una decina di volte, tra i polpacci che bruciavano e il respiro che mancava. Ho detto a Bazou e a mio marito di precedermi e ho anche strisciato sulle ginocchia e percorso diversi metri a carponi, per arrivare in cima. Sono arrivata pochissimi minuti prima del tramonto e il panorama che si è parato davanti ai miei occhi è valso ogni goccia di sudore e fatica: una distesa infinita di dune arancioni di sabbia impalpabile, illuminate dalla luce calda del sole calante.


Sarei rimasta lì per sempre, un po’ per la bellezza del paesaggio, un po’ perché non avevo più forza nelle gambe per tornare all’accampamento e ricominciare il saliscendi nella sabbia necessario ad arrivarci (grazie, Bazou, che mi hai aiutata a valicare le ultime due dune prima del campo)..
Diverso tempo più tardi, tornati all’accampamento che ormai era già buio, mentre Ahmed preparava la cena, Bazou si è allontanato ed è tornato poco più tardi in compagnia di suo padre.
Ora… Il paesaggio era bellissimo, ma primo di qualsiasi punto di riferimento. Non c’era una duna diversa dall’altra. Non so davvero come possano essersi ritrovati al buio in quel mare di sabbia. Una cosa assolutamente incredibile.
TERZA TAPPA: COLPO DI CALORE
La mattina seguente, appena sveglio, mio marito ha detto di sentirsi molto stanco. Faticava a camminare, gli bruciavano e Ahmed gli ha chiesto se avesse bisogno di una Toyota, per tornare a M’Hamid.
Lui ha invece deciso di proseguire e ci siamo messi in cammino. Abbiamo impiegato quasi 7 ore a percorrere i 23 km previsti per quel giorno e, all’arrivo al punto designato per accamparci, è andato subito a dormire.
In serata, abbiamo scoperto che gli era venuta la febbre. Non aveva altri sintomi, niente raffreddore e niente disturbi intestinali. Aveva probabilmente preso un colpo di calore.
Il suo commento, mentre cercava di stringersi nel sacco a pelo, è stato: «Ma secondo te, uno pallido, biondo e con gli occhi azzurri come me, può sopravvivere in questo posto ostile?»
Rideva, riusciva a fare lo scemo, per cui tutto bene. Ho immortalato la sua sagoma infagottata nel sacco a pelo blu, ma non ho l’autorizzazione per divulgarla.
Mentre lui riposava, io ne ho approfittato per scattare un po’ di foto nei dintorni e per scambiare qualche parola con Bazou a proposito della sua famiglia, grazie ad Ahmed che, in inglese, faceva da interprete, compensando il mio scarso francese.
QUARTA “TAPPA”: RIENTO A M’HAMID
Diverse tachipirine e una notte di riposo dopo, deciso che altri 20 km al giorno per altri due giorni sarebbero stati di troppo per mio marito, abbiamo chiesto ad Ahmed di far arrivare una Toyota.
L’organizzazione, anche in questo caso, è stata impeccabile. In meno di due ore, eravamo a M’Hamid, a casa di Aziz, che ci ha accolti con degli squisiti spiedini di pollo per me e un riso in bianco per mio marito.
Abbiamo trascorso due giorni a M’Hamid, durante i quali mio marito ha avuto modo di riprendersi in camera, mentre io ho visitato il paese insieme ad Ahmed (e agli immancabili cerotti per le vesciche, che ormai avevano raggiunto dimensioni stratosferiche).
Menzione speciale ai gatti di M’Hamid che vivono al di fuori della macelleria.
Dove ci sono gatti c’è cibo. Sempre.



E cosa vogliamo dire della pasta buonissima che Aziz ci ha preparato durante la nostra ultima sera a M’Hamid? Ci siamo sentiti coccolati in tutto e per tutto!


RITORNO A MARRAKECH
Il giorno seguente, il nostro autista è poi venuto a riprenderci per tornare a Marrakech.
Lungo la strada, abbiamo fatto tappa in una poterie, dove abbiamo preso dei bicchierini in terracotta come ricordo del nostro viaggio, e in un negozio di spezie, dove ovviamente ho scelto diverse miscele perché io, come dice sempre mio papà, “ho la spezia compulsiva”.
TREKKING NEL SAHARA E POI…
Il trekking con Sahara Wonders è stato un’esperienza indimenticabile.
Abbiamo avuto la possibilità di sperimentare la vita nel deserto, con i suoi silenzi, i suoi ritmi lenti e le notti illuminate dal fuoco e dalle stelle.
È un viaggio che mi piacerebbe rifare, un giorno, e che consiglio a chiunque voglia conoscere davvero il Sahara.
Se invece cercate qualcosa di meno estremo, Aziz è comunque in grado di accontentarvi.
Sul suo sito, potete trovare viaggi ed escursioni su misura per voi: Sahara Wonders
PICCOLO EXTRA DI VIAGGIO
Prima della partenza, avevo infilato nel mio zaino una copia di Sahràis, con l’intenzione di fare qualche scatto nel deserto.
Prima di ritornare in Italia, ho lasciato quella copia a casa di Aziz.
Quasi un anno dopo, una ragazza italiana si è trovata ospite a casa sua e lui le ha prestato il mio romanzo.
Questo è il messaggio che ho ricevuto da quella ragazza:

Mai avrei creduto di ricevere un messaggio da M’Hamid, da una ragazza che, come me, è stata ospite a casa di Aziz.
Trovo meraviglioso come, anche alle porte del deserto, ci si possa “incontrare” grazie a un libro e alla gentilezza di Aziz.