Scrivere questo post è stato complicato, al punto che ho perso il conto di quante volte l’ho iniziato e poi cancellato, nella difficoltà di dargli un filo logico coerente, che toccasse tutti i punti che mi ero appuntata nel file word di bozza.
Queste parole nascono sia dalla curiosità dei miei lettori, che vogliono sapere a cosa sto lavorando dopo l’uscita della dilogia degli ingranaggi, sia dal fatto che, spesso, mi viene chiesto che cosa mi ha fornito l’ispirazione per un dato soggetto.
Ve lo dico sinceramente, è una domanda atroce, a cui non esiste una vera risposta.
So che sarebbe bello sentirsi dire che sono stata ispirata da un viaggio, dalla persona che amo, da una canzone o da uno specifico momento della mia vita, ma la realtà è molto diversa.
La scrittura, come l’arte in generale, in ogni sua forma, che sia pittura, musica, grafica o qualsiasi altra espressione creativa, ha una genesi complessa, che nasce da una moltitudine di fattori, in cui il mondo reale gioca solo una piccola parte.
Può capitare che un bel paesaggio funga da motore per un’espressione creativa, ma quella è solo la miccia che innesca la realizzazione di un’opera.
La parte più interessante è ciò che sta “sotto”, ciò che non si vede.
L’arte nasce da un bisogno del suo autore di rielaborare, metabolizzare e raccontare qualcosa di sé e del suo modo di percepire il mondo.
Miscela convinzioni personali, elementi reali, emozioni individuali e necessità comunicative in una sola forma espressiva (o in una forma espressiva poliedrica, nel caso di tecniche artistiche che uniscono differenti stili di comunicazione).
A questo punto si potrebbe dire che qualsiasi getto di inchiostro su un foglio potrebbe essere arte.
La risposta è “sì e no”.
L’arte è sempre consapevole, non solo del messaggio finale, ma anche delle tecniche necessarie alla comunicazione, che possono essere onorate o infrante, ma che è d’obbligo conoscere.
Quindi sì, un getto di inchiostro può essere un’opera d’arte, ma solo nel momento in cui acquisisce un significato e una funzione espressiva consapevole e controllata.
Ed è qui che nasce l’aspetto più interessante.
Quando si inizia a scrivere, a disegnare o a suonare, qualsiasi schifezza viene percepita dal suo autore come un capolavoro, essendo assente la conoscenza di base necessaria a sviluppare un adeguato senso di autocritica.
Più le conoscenze si ampliano, portando così a un aumento di competenza pratica e teorica, più si avverte una spinta a migliorare, a comunicare in modo sempre più accurato il proprio io, il proprio messaggio e la propria interiorità.
Questo passaggio, di solito, porta con sé anche il confronto con “il mondo esterno” e il costante tarlo di creare un’opera proiettando su di sé aspettative e desideri altrui, al fine di incontrare il maggior numero di pareri positivi possibili.
Questa ricerca di consenso altrui, col passare del tempo, può trasformarsi in un’autocritica eccessiva, al punto che forse sarebbe più opportuno definire “autosabotaggio”.
Non essere pienamente soddisfatti del proprio lavoro è giusto, nel momento in cui porta al miglioramento e a una crescita espressiva.
Diventa negativo quando invece si giunge a distruggere o denigrare in toto la propria creazione, perdendo la capacità di discernere ciò che necessita di miglioramento e ciò che, invece, va bene così com’è.
Chiunque realizza opere del proprio ingegno, prima o poi, si trova a conoscere lo spettro dell’inadeguatezza e dell’ansia da prestazione, da cui non esiste una ricetta certa per uscirne.
Per quanto mi riguarda, credo che abbassare le aspettative e tornare a creare solo per se stessi, anche per un breve periodo, sia un buon modo per fare pace con la propria autorealizzazione artistica.
Aiuta a prendere le distanze dai pareri altrui, a rilassare la mente e a comunicare senza vincoli e senza limiti esterni.
Il romanzo a cui sto lavorando esiste dal 2012 e, a differenza delle mie precedenti pubblicazioni, non è un fantasy.
Abbozzato in tre righe dentro un file word durante un viaggio in Norvegia (la miccia di cui parlavo a inizio articolo), è nato poco dopo il mio abbandono di EFP e non è un caso che io lo abbia ripreso in mano al termine di una giornata in cui avevo pensato di rimuovere tutti i miei romanzi da Amazon, continuando a scrivere solo per me stessa.
La tematica affrontata in questo articolo svolge un ruolo rilevante nella narrazione del mio nuovo romanzo, che si dipana anche attraverso i temi della demisessualità, della ricerca di una collocazione nel mondo (a fronte di istruzioni sbagliate o del tutto assenti) e dell’impossibilità di catalogare le persone all’interno di etichette predefinite.
Quindi, per rispondere a chi, su Instagram, mi ha chiesto a cosa sto lavorando, qui potete trovare una mezza risposta.
Non so quando uscirà, non mi sono fissata una data di uscita e, in realtà, non so nemmeno se uscirà.
Per ora scrivo e basta, seguendo l’ispirazione del momento.
Poi si vedrà.

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