Il principe prigioniero – C. S. Pacat

Questo libro mi è stato suggerito dalla newsletter di Amazon e, all’inizio, devo ammettere che ero un po’ perplessa.

Provenendo dal mondo delle fanfiction, ho letto centinaia di storie poco realistiche sul rapporto (malsano) tra schiavo e padrone, presentato come uno struggente romance.

Poi ho deciso di fidarmi delle buone recensioni.

Diciamo che, per le prime 100 pagine, non ho capito se mi stesse piacendo o meno.
“Il principe prigioniero” è un libro avvincente, in cui un capitolo tira l’altro, ed era da parecchio tempo che non leggevo un libro da cui mi fosse impossibile staccarmi, però…

Mi mancava qualcosa.

L’autrice è bravissima nel descrivere il lusso e lo sfarzo di Vere (la nazione in cui è ambientata la storia). Si destreggia tra intrighi politici e cavilli verbali con grandissima abilità. La descrizione degli ambienti è ineccepibile.
Ciò che manca è la parte violenta della storia.

Vere viene presentata come una nazione in cui gli schiavi subiscono maltrattamenti di ogni sorta, tra stupri, torture e violenza gratuita ed è proprio sotto questo aspetto che l’autrice ha tirato il freno a mano.
Voleva descrivere una corte che considera gli schiavi alla stregua di oggetti di divertimento, ma ogni volta in cui le si è presentata l’occasione di descrivere nel dettaglio le sevizie messe in atto, si è limitata a raccontare, invece di mostrare.

Ad esempio, sarebbe stato bello se, a seguito dell’ordine di picchiare il protagonista, l’autrice avesse descritto la scena, invece di riassumere con un generico:

I due soldati incaricati del compito lo portarono a termine con spietata e metodica efficienza, pur conservando una certa cautela nell’infliggere danni permanenti, trattandosi di una proprietà del principe.

Più avanti nella narrazione, viene descritta una fustigazione. La scena presentata è più accurata del pestaggio precedente, ma comunque viene sbrigata in una facciata.

Senza scadere nel morboso, la violenza e la tortura sono parte fondamentale della corte di Vere, tanto quanto lo sono il lusso e lo sperpero.
L’autrice, però, sembra aver preferito accennare, invece di approfondire, gli aspetti più sordidi del mondo che ha creato.

Questo non danneggia comunque il romanzo, che rimane un buon fantasy basato più su alleanze e inganni, che su guerre e massacri.
Tra l’altro, si tratta di un romanzo fantasy in quanto ambientato in un mondo immaginario, ma è del tutto privo di magia.

Ho ordinato il secondo e il terzo volume proprio perché la storia è interessante e il world-building ben riuscito anche se, ovviamente, spero che nei prossimi volumi vengano approfondite certe pratiche in uso nella corte di Vere.

Voi cosa ne pensate? Conoscete questa saga?

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